Chi non ha sperimentato il bisogno di certezze e il desiderio di arrivare al fondo delle cose, di comprendere davvero, rinvenendo quelle che paul watzlawick definisce 'ipersoluzioni'? La ricerca di soluzioni radicali e definitive, seppure nasce con le migliori intenzioni, è alla fine un modo di affrontare i problemi che ha inevitabilmente effetti controproducenti. Non per nulla la saggezza popolare dice che 'le vie dell'inferno sono lastricate di buone intenzioni'. Il libro intende mettere in guardia gli adolescenti come gli anziani, i sadici come i masochisti, da questa estrema ed erronea ricerca di totalità, e dall'intransigenza dell'alternativa radicale, del 'tertium non datur'.
La scuola odierna, riflettendo le tendenze di buona parte della società umana, è centrata sul mito della velocità, dell. Accelerazione e della competizione, come criterio di selezione al quale i bambini vengono educati fin dai primi anni di vita. Dal contatto quotidiano e continuato con la realtà scolastica nasce la riflessione de 'la pedagogia della lumaca'. Siamo nell'epoca del tempo senza attesa. Questo ha delle ripercussioni incredibili nel nostro 'modo di vivere'. Non abbiamo cioè più il tempo di 'attendere', non sappiamo partecipare ad un incontro senza essere disturbati dal cellulare, vogliamo 'tutto e subito. In tempo reale. Le teorie psicologiche sono concordi nel pensare che una delle differenze fra i bambini e gli adulti stia nel fatto che i bambini vivono secondo il principio di piacere (tutto e subito), mentre gli adulti vivono secondo il principio di realtà (saper fare sacrifici oggi per godere poi domani). Oggi gli adulti, grazie anche alla società del consumismo esasperato, vivono come i bambini secondo le modalità del 'voglio tutto e subito'. È necessario intraprendere un nuovo itinerario educativo. Genitori, insegnanti e tutti coloro che ruotano attorno al mondo della scuola, sono stimolati dalle suggestioni offerte dalla pedagogia della lumaca e possono ricominciare a riflettere sul senso del tempo educativo e sulla necessità di adottare strategie didattiche di rallentamento, per una scuola lenta e nonviolenta.
Che cosa può ancora fare un'insegnante che ama il suo lavoro? Quali sono le prospettive di un mestiere che non sa nemmeno più riconoscere se stesso? Un racconto-riflessione, amaro e divertito, sulla nuova scuola italiana, le sue follie e il suo declino che pare inarrestabile. Tra aneddoti, curiosità e stridenti effetti comici, il ritratto di un mestiere che davvero 'non c'è più', perché è stato strozzato e fatto a pezzi da insensate 'parole d'ordine', ingabbiato in un labirinto di 'progetti', 'strategie educative' e 'recuperi', lasciando i suoi protagonisti, insegnanti ma anche studenti, spaesati e delusi, forse anche nostalgici di un mondo in cui le parole 'insegnare' e 'studiare' non significavano altro che se stesse.
Il fenomeno del bullismo è divenuto una vera piaga sociale, la cartina di tornasole in cui i cosiddetti deboli sono presi di mira dai 'forti'. Ma qual è il confine che separa queste due gerarchie? Chi è veramente forte, chi veramente debole? In una serie di racconti che si rifanno a storie vere, intercettate dagli autori durante lo svolgimento delle rispettive professioni, sono delineate diverse categorie del problema: ci sono ovviamente i bulli, che si fanno coraggio grazie al 'branco', formato da 'gregari' passivi che spesso subiscono loro stessi la violenza. E poi ci sono le vittime, con tutto il loro bagaglio di dolore e tristezza, spesso imbarazzati nel confessare quanto a loro inferto. Il libro, che sarà ampiamente promosso nelle scuole, ritorna sul contesto già indagato nei precedenti volumi di bruno furcas - 'storie di bullismo', 'storia semiseria di un ragazzo strano' e 'i dolori del giovane bullo' - con l'intenzione di fornire uno strumento di approfondimento e riflessione. Introduzione di michela capone.
Sulle tracce di 'la testa ben fatta' e 'i sette saperi necessari all'educazione del futuro', edgar morin auspica una riforma profonda dell'educazione, fondata sulla sua missione essenziale, che già rousseau aveva individuato: insegnare a vivere. Si tratta di permettere a ciascuno di sviluppare al meglio la propria individualità e il legame con gli altri ma anche di prepararsi ad affrontare le molteplici incertezze e difficoltà del destino umano. Questo nuovo libro non si limita a ricapitolare le idee dei precedenti ma sviluppa tutto ciò che significa insegnare a vivere nel nostro tempo, che è anche quello di internet, e nella nostra civiltà planetaria, nella quale ci sentiamo così spesso disarmati e strumentalizzati.
Periferia di milano, anni settanta. Gli anni del terrorismo e della droga, dei sogni di oriente e di liberazione. Una mattina, nella classe di un istituto agrario, fa la sua apparizione giulia, una giovane professoressa di lettere che parla di letteratura e di poesia con una passione sconosciuta. È quell'incontro a
Che cosa può ancora fare un'insegnante che ama il suo lavoro? Quali sono le prospettive di un mestiere che non sa nemmeno più riconoscere se stesso? Un racconto-riflessione, amaro e divertito, sulla nuova scuola italiana, le sue follie e il suo declino che pare inarrestabile. Tra aneddoti, curiosità e stridenti effetti comici, il ritratto di un mestiere che davvero
La profonda, anche se scomoda, obbedienza alla chiesa, la fedeltà alla propria parrocchia, il rifiuto di strumenti potenti e consumistici (televisione, cinema, bar. ) e l'esclusiva dedizione di don milani alla gente del suo popolo, hanno fatto di barbiana il luogo dell'incarnazione e della sovranità suprema raggiungibile dall'uomo.
L'università italiana sta morendo di nepotismo, scarsa selezione nel vagliare il corpo docente, mancanza di incentivi alla produzione scientifica, incapacità di individuare prospettive da seguire da parte di chi ha il compito di governarne l'evoluzione. L'università italiana non è produttiva né equa, non facilitando la mobilità sociale. Praticamente ogni ministro ha legato il proprio nome a una rivoluzione dell'università, suscitando dibattiti infiniti su ogni comma di legge. Ma un osservatore esterno che guardasse ai risultati invece che ai mille rivoli delle normative non si accorgerebbe di nulla. Ciò che serve è una cosa sola: abbandonare l'illusione di poter controllare tutto dal centro e introdurre invece un sistema di incentivi e disincentivi efficaci. Questo saggio è la fotografia impietosa di una catastrofe educativa che pesa sul futuro dell'italia. Ma anche la coraggiosa proposta di alcune riforme semplici e radicali, per rompere definitivamente con decenni di palliativi. Un sistema dove sia nell'interesse stesso degli individui cercare di fare buona ricerca e buona didattica ed evitare comportamenti clientelari. Un sistema in cui ogni ateneo possa fare quello che vuole, ma dove chi sbaglia sia chiamato a pagare. Un sistema che elimini la straordinaria iniquità attuale, in cui le tasse di tutti finanziano l'università gratuita dei più abbienti.